Il filo invisibile

Il filo invisibile

di Donatella Fiocchi

Nel silenzio irreale della città, mentre tutto sembra immobile come per una magia, guardo dalla finestra le strade deserte. Nella favola della bella addormentata il castello era immerso in un intrico di rami, alberi, cespugli. Qui ci sono invece i resti immobilizzati della nostra vita abituale: auto ferme nei parcheggi, negozi con le serrande abbassate, come nei giorni di festa, qualche bandiera alle finestre, ma nessun segno di vita. Come in un quadro di De Chirico: un deserto umano ma senza quella luce idealizzata, uno spazio senza più tempo.
Eppure non c’è isolamento, tanti innumerevoli fili attraverso l’aria, il telefono, il computer ci tengono collegati. I fili vibrano, la voce passa; passano anche il tremito della voce, l’ondata di affetto, il sollievo e la gioia di ritrovarsi.
È l’ora, il computer è acceso: “Buongiorno, io ci sono”, la voce incerta è quella di un ragazzino, il lungo silenzio che segue mi conferma la sua giovane età. Imbarazzo? Timore? Certo non è facile parlarsi senza essersi conosciuti, eppure questo strano tempo immobile sembra poter fare anche questo miracolo.
Ci conosciamo adesso, così: un rapido flash dello schermo aperto, giusto per vedere come sei, poi il video si richiude, e torna anche il silenzio.
“Ciao Ludovico, mi hanno detto che ti faceva piacere parlare un po’, anche io ci sono”
Che strano, il silenzio continua ma non è un silenzio vuoto, c’è una presenza, silenziosa ma una presenza, e si percepisce, come se attraverso lo schermo nero e muto però potesse passare qualcosa di vivo.
“Sai, immagino che sia difficile in questo periodo aver visto sparire tutta la tua vita abituale, la scuola, gli amici, gli allenamenti…” Cerco di immaginare cosa racconta quel silenzio, con un po’ di timore “però so anche che proprio di fianco ci sono almeno i tuoi cugini…” .
“Già ma sono tutti più piccoli, come mio fratello e fanno una gran confusione, non posso studiare”. La voce fa trasparire una irritazione ma anche una gran solitudine: loro sono insieme, lui è solo.
“Certo ci vorrebbero papà o mamma a difendere la tua tranquillità”. Nel silenzio si sente un leggero rumore ritmico, forse un video gioco, aiuta a vincere l’imbarazzo di questo colloquio un po’ magico, sospeso sul filo di una voce e di una rapida immagine. Un po’ come l’apparizione della fata che nelle favole arriva a risolvere i problemi. Chissà se c’è questa aspettativa, ma io non sono una fata, sono una terapeuta e posso solo, in questo tempo offrire … Cosa? Mi chiedo nel silenzio scandito dal leggero ticchettio e dal respiro appena percepibile. Vicinanza? Una voce che mi risponde è meglio del silenzio. Comprensione? Se qualcuno mi capisce forse mi sento meno solo.
Si sente un rumore forte di porta che si apre, qualcuno entra nella stanza; voci che litigano, la voce che conosco si fa più forte, protesta “Andatevene via, sto telefonando!”
Segue una vibrata lamentela sul fratello che lascia tutto in disordine, sui genitori che danno la colpa a lui, nessuno lo ascolta…
La vicinanza lo aiuta a sentirsi più forte? La comprensione permette una protesta?
Non è la risoluzione dei problemi ma qualcuno che ti ascolta, che cerca di trovarti anche al buio, anche nel silenzio … Qualcuno che indovina il tuo bisogno di stare aggrappato a qualcosa di conosciuto, il tuo gioco preferito, per affrontare una voce sconosciuta, per trovare il coraggio di far sentire la tua voce, quella profonda, del disagio … E’ davvero importante.
Lo sentiamo tutti e due.
“Ludovico vuoi che ci sentiamo ancora la settimana prossima?”
“Sì, ma preferirei giovedì alle quattro, è il momento in cui tutti sono fuori, così posso parlare in pace!”.

 

L'illustrazione è di Hallie Bateman

18/06/2020

Centro Clinico AIPPI di Milano

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