Liliana Segre: "Io non perdono e non dimentico, ma non odio"

di Sabina Dal Pra'

Il 30 ottobre scorso il Senato ha approvato, su proposta della Senatrice a vita Liliana Segre, l’istituzione di una commissione straordinaria contro odio, razzismo e antisemitismo, istigazione all’odio e alla violenza. La mozione è stata approvata con 151 voti favorevoli, nessun voto contrario e 98 astensioni, tutte provenienti dai banchi del centro destra.
Composta da 25 membri, la commissione speciale nasce per contrastare i cosiddetti hate speech, ovvero discorsi d'odio non solo sulla rete ma nella vita sociale in generale. Dovrà osservare, vigilare, studiare e proporre iniziative atte a contrastare manifestazioni di razzismo, antisemitismo, odio e violenza nei confronti di persone o gruppi sociali sulla base dell’etnia, la religione, la provenienza, l’orientamento sessuale, l’identità di genere o di altre particolari condizioni fisiche o psichiche.

Liliana Segre, tra le fondatrici del Memoriale della Shoah di Milano, sopravvissuta ai lager nazisti, è destinataria ad oggi di una media di 200 messaggi d’odio al giorno, dopo aver proposto l’istituzione della commissione un anno fa. La senatrice afferma di accorgersi, lei che è stata vittima dell'odio razziale, che sta ricrescendo un'ondata di intolleranza e razzismo alla quale va posto assolutamente un argine.

Liliana Segre è nata a Milano da famiglia ebraica. A soli 8 anni viene espulsa dalla scuola a causa delle leggi razziali. Nel '43 la sua famiglia cerca di fuggire in Svizzera, ma viene respinta alla frontiera. Il giorno successivo verrà arrestata insieme al padre. A soli 13 anni viene internata nel campo di concentramento di Auschwitz - Birkenau, dove affronterà da sola l'inferno del campo di sterminio e dei lavori forzati. Verrà liberata il 1° maggio del 1945 dalle forze armate americane e sovietiche.
Dei 776 bambini italiani di età inferiore ai 14 anni che furono deportati, Liliana è tra i soli 25 sopravvissuti e l'unica della sua famiglia a fare ritorno a Milano.

Per molto tempo Liliana Segre non ha voluto parlare pubblicamente della sua storia, si può immaginare quanto il processo del ricordare sia per lei doloroso, una ferita nell’anima che non guarisce del tutto, mai.
Dai primi anni ’90, però, ha iniziato a raccontare ai giovani la propria storia, in decine e decine di assemblee scolastiche e convegni, anche per tutti quei milioni di persone che l’hanno con lei condivisa e che non sono mai stati in grado di comunicarla. Liliana Segre ha raccontato la sua esperienza anche in alcuni libri.

Questa vicenda, la costituzione della commissione sull'odio, l'astensione di ben 98 parlamentari, il ripercorrere la vita di Liliana Segre è qualcosa che mi ha molto interrogata e profondamente toccata. Credo che chi si occupa di psicoanalisi non possa non sentirsi chiamato a una riflessione il più possibile onesta, anche se difficile.
Penso che questa mia reazione nasca da due questioni per me fondamentali: la prima, condivisa credo da un grandissimo numero di persone, una grande preoccupazione per alcuni aspetti della nostra vita sociale, preoccupazione che si incentra soprattutto sul futuro delle nostre giovani generazioni; la seconda, personale, è che non posso non andare con la mente a tutte le questioni affrontate in anni di studio da mio marito, Niels Peter Nielsen, scomparso nell'ottobre del 2010.
Nei suoi libri e articoli ha approfondito e cercato di leggere attraverso la lente della psicoanalisi i fenomeni di odio, violenza e distruttività che molto, troppo spesso dominano la vita individuale e sociale. I suoi testi spaziano da una articolata riflessione sul nazismo e la sua nascita in L'universo mentale "nazista" e Rorschach a Norimberga, scritto con Salvatore Zizolfi,  al successivo incessante lavoro di analisi dell'odio che, come l'amore, costituisce uno dei temi fondamentali della vita psichica ne I colori dell'odio e L'albero del male (pubblicati postumi).

Alcuni pensieri di Liliana Segre mi sembrano particolarmente degni di essere ripresi per la  loro profonda umanità.

Coltivare la memoria
Nel gennaio del 2018, nel discorso in occasione della sua nomina a senatrice a vita, Liliana Segre dice "...Coltivare la memoria è ancora oggi un vaccino prezioso contro l'indifferenza e ci aiuta, in un mondo così pieno di ingiustizie e di sofferenze, a ricordare che ciascuno di noi ha una coscienza e la può usare...".
Ancora, in una intervista a Repubblica: "L'indifferenza è più colpevole della violenza stessa. È l'apatia morale di chi si volta dall'altra parte: succede anche oggi verso il razzismo e altri orrori del mondo".
Senza avere la presunzione di affrontare un tema di enorme complessità, e che è stato studiato da grandi filosofi, storici e psicoanalisti, mi sembra però importante riprendere alcuni dei molti interrogativi a cui Nielsen cerca di dare risposte o suggerire riflessioni nei suoi testi.
I nazisti erano mostri o uomini normali? E ancora, come è stato possibile che un popolo di poeti, artisti, filosofi si sia macchiato di un crimine tanto orrendo? È così fragile il raggiungimento dei nostri traguardi di civiltà?
La lettura storica e psicoanalitica del nazismo ci porta a una conclusione tanto tragica quanto necessaria: se possiamo considerare il nazismo un fenomeno storico irripetibile (o almeno ci aggrappiamo a questa speranza), dobbiamo però riconoscere che esso è anche uno stato mentale riproducibile (da qui le virgolette del titolo per il termine nazista nel libro di Nielsen), l'espressione di una condizione mentale presente, non solo allora, ma da sempre nell'essere umano.
È impossibile non vedere che l'inquietante di ieri è anche l'inquietante di oggi, se solo pensiamo ad esempio ai regimi della tortura della Grecia e dell'Argentina degli anni '70, il genocidio della Serbia, gli stupri etnici, i campi di oggi in Libia.
Angela Merkel, visitando Auschwitz il 6 dicembre, ricorda le parole di Primo Levi: "È successo: dunque può succedere di nuovo".
Altri interrogativi riguardano i fiancheggiatori, il legame ambiguo che li ha legati ai diretti responsabili dei crimini. Cosa è accaduto alle loro menti, quale meccanismo ha indotto così tante persone a voltare la testa dall'altra parte o a collaborare e condividere? Perchè è stata cancellata in maniera così massiccia la capacità empatica, non è stato provato orrore o non si è voluto vedere l'orrore?

Qui la psicoanalisi può venirci in aiuto. Ma può fare di più. Possiamo davvero considerare mostri solamente gli altri, la violenza, la distruttività sono sempre degli altri? Ricordiamo gli esperimenti di S. Milgram sull'obbedienza "distruttiva" che hanno evidenziato la possibilità di una "mortale spietatezza" in uomini e donne "normali" che vivono in un paese democratico. Esperimento che suffraga il pensiero di J. Chasseguet Smirgel (1987) che "tutti - o quasi tutti - possono diventare nazisti o membri di un qualunque movimento estremista".
La proiezione di parti inaccettabili di sé in un ricettacolo il più possibile lontano, alieno, diverso da parte di un soggetto che si autoassolve è una operazione difensiva che possiamo comprendere ed elaborare nella stanza di analisi, ma che dovremmo anche incessantemente denunciare come meccanismo sociale di estrema pericolosità.
Nielsen rammenta che c’è qualche cosa di peggiore dell’odio, ed è la banalizzazione del male, della crudeltà e della distruttività umane. Quello nazista è stato un mondo a cui mancava lo sbigottimento per l’orrore. Un mondo che ha fatto del male una banalità. Oggi, se abbiamo il coraggio di guardare con onestà cosa succede vicino a noi, ci possiamo accorgere che anche alla nostra società manca questa capacità che rende umani, che viviamo in un mondo in cui non è presente solo la collera, ma l'odio freddo, spesso agito attraverso mezzi digitali, quindi ancor più "deumanizzato". Allora, analizzare in profondità il male, l’odio e i suoi derivati forse può offrire un contributo a non colludere con le forze di rimozione e di negazione. Può aiutare ad opporsi alla sua normalizzazione, alla sempre maggiore indifferenza verso i quotidiani reportage sugli orrori di omicidi, guerre, terrorismo e genocidi evitando che passino inosservati come aspetti di una normale banalità.

Una riparazione impossibile?
"Io non perdono e non dimentico, ma non odio. E la trasmissione del non odio e battersi contro l'odio è un ammaestramento utile per i ragazzi e per tutti..." .
Contro ogni facile buonismo Liliana Segre rivendica il diritto non solo a non dimenticare ma anche a non perdonare.
In un'intervista su La Provincia di qualche giorno fa le viene chiesto se non fosse una forma di perdono il suo non aver sparato contro un soldato tedesco, avendone la possibilità, al momento della liberazione, risponde "No, non è affatto una forma di perdono, è essere diversi dal proprio assassino...Non ero fatta e non sono fatta per togliere la vita a nessuno, per nessun motivo...ho avuto la tentazione di farlo, ma è stato un attimo, un attimo che mi ha fatto capire che non ero come loro: io ero - e sono - un'altra cosa". Tra il carnefice o la vittima la Segre ritiene sia molto più fortunata la vittima.
Questa rivendicazione, questo giusto orgoglio potremmo dire, di una diversità che deve lasciare ai suoi aguzzini tutto il peso della loro responsabilità, è stata la reazione di molti intellettuali internati nei campi di sterminio, anche se ognuno di loro in modo diverso.
La Segre ha chiesto che sulla sua tomba venga inciso anche il numero che le hanno tatuato sul braccio, 75190, un numero che rivendica come totalmente parte di sé.  Sempre nell'intervista a La Provincia, alla domanda se questa scelta non possa essere considerata una specie di sconfitta replica "...La sconfitta l'avrei potuta leggere se avessi cancellato il mio numero dal braccio con il laser...Ma la vergogna non è un sentimento che devo provare io...ma la deve provare chi quel numero me l'ha fatto. E deve rimanere una vergogna che va avanti, anche dopo di me...".

Sebbene nessuno di noi sia in grado di comprendere i motivi per cui alcuni internati siano riusciti a tornare alla vita e altri non ce l'abbiano mai fatta veramente, non si può non ammirare la forza - forse oggi si parlerebbe di resilienza? - di una persona che è stata vittima a soli 13 anni del più spaventoso e organizzato progetto nella storia di annientamento dell'identità, della distruzione del senso della vita e della dignità. La forza e la fortuna di non aver introiettato gli aspetti mortiferi che hanno provocato la morte a distanza di tempo, per suicidio, di tante persone come Jean Amery, Paul Celan, Bruno Bettelheim. Quest'ultimo aveva la convinzione, per aver vissuto una situazione estrema, che la sua vita ne fosse stata per sempre contaminata. E di questo scrisse alcuni decenni prima di darsi la morte.

Nielsen (2009) ha equiparato l'ideologia nazista a una droga e la sua messa in atto allo sviluppo del piacere perverso. "Il piacere di dominare l'oggetto diventa liceità di annientare una vittima inerme. Il crimine, la tortura, la mutilazione, lo stupro rientrano nella categoria degli atti sostenuti da un desiderio legato alla hybris, alla megalomania narcisistica, di attentare all'ordine naturale delle cose, di sovvertire la realtà".
Mantenere la propria dignità e integrità quando si è vittima di questa costellazione è un'impresa disperata e non odiare il proprio aguzzino forse una scelta per pochi. Il "non odio" ci porta a pensare a Hetty Hillesum, morta ad Auschwitz a 29 anni, dove, negli anni della sua prigionia ha continuato strenuamente a coltivare fede, compassione, coraggio e speranza, rifiutando l'odio verso i suoi aguzzini.  Non è possibile in poche righe parlare di una persona la cui posizione nei confronti dell'esperienza del campo di concentramento è estremamente complessa. Si può però ricordare come, insieme al grande coraggio, una non comune determinazione e una grande sensibilità religiosa si possano intravedere anche aspetti di fierezza, di orgoglio, di sdegno, e un senso di superiorità, che viene ammesso dalla stessa Hillesum. Nielsen parla di indignazione, ossia la volontà di non volersi assuefare alle ingiustizie, di non diventare vittima dell'indifferenza e impotenza, di distinguersi dai persecutori, esattamente come abbiamo visto in Liliana Segre. Indignazione come sentimento forte e nobile che nel mondo antico apparteneva agli eroi.
Indignazione vicina ma al contempo opposta al risentimento, stato d'animo che, se da un lato "...diviene per la vittima di un sistema oppressivo l'unico modo per moralizzare la vita e la storia,...ribellione ad un oltraggio subito...legittima e giustificabile.." (G. Risari, 2002) dall'altra impedisce lo sviluppo della dimensione del futuro, della progettazione. Ripensare a un passato che si è subito può costituire un modo per ricordare al persecutore il senso criminale del suo agire. Secondo Améry, in casi estremi, quando la vittima non può in altro modo ribellarsi o sottrarsi, rivendicare pubblicamente il proprio risentimento può costituire la condizione per il riscatto. Ma anche, purtroppo, impedire di accettare la vita, come nel caso di Améry.

La domanda posta all'inizio del capitolo ovviamente non ha una risposta, ma tante quante sono le vite di chi è stato travolto dall'esperienza del lager. Ogni vittima l'ha affrontata con la propria storia, le proprie risorse e fragilità, aiutata o schiacciata dagli incontri e dalle relazioni cresciute nei campi di sterminio. Un processo di riparazione, però, non può avviarsi se non partendo dal riconoscimento pubblico delle ingiurie subite, e delle responsabilità.
Per questo il gesto e le parole di Angela Merkel, seppure dopo 14 anni di guida della Germania, hanno un valore enorme: "Quello che è successo qui"  ha detto la Cancelliera "non si può capire con la comprensione umana. Provo una vergogna profonda”.
Ha aggiunto che è tutt'altro che facile essere in un luogo in cui i crimini dei tedeschi hanno “superato tutto ciò che sia immaginabile. Ricordare questi crimini è una responsabilità che non finisce mai. Appartiene in modo inseparabile al nostro Paese".

Vorrei chiudere con le parole del premier polacco Morawiecki, perchè trasmettono il senso di un bisogno, e non solo di un dovere, di curare le ferite.
“Dobbiamo curare la memoria come se stessimo curando le vittime. Questo è quanto possiamo fare per loro. Se la memoria si perdesse, sarebbe come fare nuovamente del male alle persone che hanno attraversato questo inferno, sopportando sofferenze inimmaginabili”.

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Liliana Segre: Quando la mia stella brillerà (Piemme 2015); La memoria rende liberi (scritto con Enrico Mentana, Rizzoli 2015);  Scopritelo nel vostro cuore (Piemme 2018).

N.P. Nielsen: L'universo mentale "nazista", Franco Angeli 2004; Rorschach a Norimberga, Franco Angeli 2005;  I colori dell'odio, Raffaello Cortina Editore, 2011; L'albero del male, Franco Angeli, 2017 .

 

14/12/2019

Centro Clinico AIPPI di Milano

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