Volto manifesto, riflessioni psicoanalitiche e non solo

I cambiamenti tecnologici e sociali trasformano il volto umano.
‘Volto Manifesto’ è il nuovo progetto denuncia di  Lorella Zanardo - che ha preso il via ad ottobre 2019 sui canali social - su temi quali l’unicità del volto, le modificazioni reali e digitali, il ruolo unico ed irripetibile che il volto riassume all’interno delle relazioni umane.
Il volto umano è in profonda trasformazione. Chirurgia estetica, foto ritocco sui social e in pubblicità, avatar e volti reali sempre meno distinguibili tra loro, androidi dai tratti sempre più dettagliatamente antropomorfi e dotati di intelligenza artificiale.

Il video di Lorella Zanardo e Cesare Cantù è un montaggio di immagini provenienti da tutti i media, che mette lo spettatore faccia a faccia con i volti artificiali e con quelli reali per stimolare la consapevolezza, anche emotiva e fisica, necessaria per guardarli senza filtri.

Lo scenario paventato è quello di un mondo fatto di volti tutti uguali, privati della propria umanità.
In Corea il cinquanta per cento delle donne sotto i trent’anni si sottopone a interventi di chirurgia estetica facciale. L’American Society Plastic Surgeons rileva che  il numero di richieste di procedure di medicina e chirurgia estetica è aumentato del 200 per cento rispetto al 2000.

Il volto è un patrimonio per l’umanità recita il manifesto della campagna di Zanardo.
Il volto racconta la storia dell’individuo, è la propria unicità. Il volto umano non è un luogo qualsiasi, ma è il luogo dove il senso di esistere prende forma, è ciò che ci rende pienamente persone e individui.
Immediato  è il collegamento - nella sua contrapposizione - con il film documentario ‘Human’ di di Yann Arthus-Bertrand dove tutta la narrazione è centrata sui volti: volti che sono storie, che sono sofferenza, diversità e varietà, volti esposti nella loro nudità e nella loro essenza; in definitiva volti che sono umanità.
Noi non siamo semplicemente sulla faccia della terra, siamo la faccia della terra.

Da luogo unico e irripetibile il volto comincia a tendere verso un’uniformità priva di tempo e di passione. Le facce si moltiplicano e si modificano. Nel frattempo l’intelligenza artificiale sviluppa tecniche sempre più raffinate per il riconoscimento facciale e le piattaforme digitali traggono letteralmente profitto dalle nostre facce e dalle loro riproduzioni.
Il volto reale, il volto digitale, il volto robotico e il volto intenzionalmente trasformato sono tutti profondamente influenzati dal desiderio di cancellare l’idea del tempo e allontanare l’angoscia di morte.

Il volto modificato - privato dei segni dello scorrere del tempo - richiama il motivo del ‘sosia’ di Otto Rank “energica smentita del potere della morte” e diventa illusoria assicurazione di sopravvivenza e immortalità, di fatto  “esso diventa un perturbante presentimento di morte” (Freud, 1919 vol IX, p. 96).
Angoscia, smarrimento…. il perturbante di cui ci racconta Freud (1919): “unheimlich” termine tedesco che non ha un diretto corrispettivo in altre lingue. Il perturbante è quella sorta di spavento che ci coglie quando il familiare, il consueto, diventa d’improvviso - o meglio si disvela - come non consueto e non familiare.

E questo ci riporta direttamente ad un altro tema ampiamente trattato in ‘Volto manifesto’.
Gli avatar, l’intelligenza artificiale, i robot di ultima generazione che ci smarriscono nel loro apparire quasi umani, ma al tempo stesso non possedere in loro l’umanità, l’intima essenza dell’essere.
Il cinema - per esempio Blade Runner, 1982 - A.I. Intelligenza artificiale, 2001 - e la letteratura - tra tutti l’ultimo libro di Ian McEwan “Macchine come me” - da molti anni ci hanno mostrato possibili futuri scenari, molto spesso non disattesi.
Ma la realtà oggi si impone e ci interroga con forza.
Online sono disponibili diverse interviste a Sophia, un androide che nel 2017 ha ottenuto la cittadinanza saudita. Testimonial del dialogo tra umani e robot, Sophia è in grado di interagire e conversare, sa riprodurre più di sessanta espressioni facciali umane, i suoi occhi (telecamere) le permettono di seguire i volti, sostenere il contatto visivo e riconoscere gli individui.
Di fronte a lei si ha la sensazione di avere a che fare con un essere senziente e autonomo, che è in grado di porsi domande che somigliano alla riflessione umana sul concetto di identità. In un’intervista alla CNBC quando le viene richiesto se secondo lei un androide può essere consapevole di sé, lei risponde - provocatoriamente - al giornalista “e tu come fai a sapere che sei umano?”.
La sensazione che Sophia restituisce all’interlocutore è impressionante.  E’ lei stessa a citare il concetto di Mashiro Mori di “uncanny valley”,  zona perturbante che ci riporta dunque al concetto freudiano di perturbante.
La ricerca dello studioso giapponese di robotica mostra come la sensazione di familiarità e di piacevolezza provata di fronte ad androidi e automi antropomorfi aumenti al crescere della loro somiglianza con la figura umana fino ad un punto in cui l'estremo realismo rappresentativo produce però un brusco calo delle reazioni emotive positive destando sensazioni spiacevoli come repulsione e inquietudine paragonabili appunto al perturbamento.
Ernst Jentsch, psichiatra tedesco (citato anche da Freud) fu il primo ad introdurre il concetto di perturbante definito come l'incertezza intellettuale di fronte a un oggetto animato, ma “non vivo davvero”: “uno degli espedienti più sicuri per provocare effetti perturbanti mediante il racconto consiste nel tenere il lettore in uno stato di incertezza sul fatto che una determinata figura sia una persona o un automa”. Jentsch eserciterà grande influenza anche sulla già ricordata teoria dell’Uncanny Valley.

Per tornare al documentario ‘Volto manifesto’, Lorella Zanardo si chiede anche in che modo i cambiamenti tecnologici e sociali che trasformano il volto umano possa impattare sulle relazioni interpersonali e sulla società in generale.
Il volto ha un ruolo unico ed irripetibile nella relazione con l’altro, cito sempre dal manifesto “La faccia entra nella vita degli altri e la influenza, stabilisce relazioni, permette l’incontro. La tua faccia è l’Altro per tutti gli altri”.
Sappiamo che l’individuo costruisce il proprio sé, struttura la sua identità nella relazione con l’altro: altro da sé, altro non sé, che consiste nella distinzione tra un dentro e un fuori, tra un me e un non-me.
Il neonato nasce predisposto per mettersi in relazione con l’altro e con il volto dell’altro e mostra di preferire i visi agli oggetti inanimati (Tronick e Brazelton, 1980). La capacità di riconoscere i volti è innata, alcune ricerche hanno dimostrato che i neonati preferiscono una foto del viso materno a quello reale di una persona estranea.
L’Altro non è mai tanto altro da me da essermi incomprensibile, ogni persona ha una comune umanità, ma al tempo stesso l’Altro non è identico a me.

Cosa potrebbe accadere se l’altro diventasse un’immagine di sé ripetuta all’infinito? Il rischio è di ritrovarsi nella dimensione arcaica, primitiva del non differenziato tra il me e il non-me, tra me e l’altro, altro che in un paradosso (visivo) non esiste più oppure si fonde nell’altro negato alla sua alterità.
Tanto più si riduce la differenziazione intersoggettiva tanto più diventa difficile - se non impossibile - la formazione del sé dove il senso di identità rischia di essere oscurato. In questo modo viene meno l’alterità intrapsichica che è modello di ogni successiva attribuzione di alterità verso il mondo esterno e verso gli altri.

Vivere è essenzialmente incontro: incontrare se stessi, andare incontro agli altri.
Incontrare il volto degli altri significa incontrare l’umanità comune fatta di storie, di emozioni, di pensieri e di fantasie.
Incontrare il volto degli altri significa incontrare anche parti di Sè sconosciute, affrontare la paura dell’ignoto, dell’incerto, del non controllabile. Significa incontrare ciò che si sta cercando di sé senza sapere di cercarlo.
L’apparizione di questi volti nella folla: petali su un ramo umido e scuro. (Ezra Pound, distico In a Station of the Metro)
 

di Patrizia Gatti, AIPPI



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25/11/2019

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